il tempo delle scelte
Sono solo alcune riflessioni maturate davanti al post su Facebook di un collega che scriveva una frase “quando tutto questo sarà finito…” Il fatto è che il tutto viene avvolto e collegato al “quando”… Ma non credo, comunque, che sarà possibile riavvolgere del tutto il film e ripartire da dove eravamo rimasti; da dove abbiamo messo in pausa lo stesso film che stavamo vivendo nei preamboli di questa crisi. Qualcosa, anzi, sarà finito per sempre. Qualcosa di nuovo sarà oltre l’ostacolo. Per citare il titolo di un bellissimo romanzo “Il buio oltre la siepe”, dovremo soffermarci e sondare quell’oscurità oltre la siepe della nostra quarantena, senza farci coinvolgere da ansie e paure derivate da ciò che ci incute l’inconsapevolezza del domani.
Questo è già il tempo di scegliere se si vuole essere tra coloro che il “qualcosa di nuovo” lo creano e lo gestiscono, anziché essere tra quelli che sono costretti a subirlo.
La parola che sento più frequentemente in questi giorni è “Resistere”. Ma uno dei problemi fondamentali è proprio questo. Nessuna attività commerciale, di nessun settore, può resistere 3/4 mesi senza incassare. Chi avrà il coraggio ripartirà con altri nomi, altri modi, altri contesti ed altri organigrammi. Gli altri soffriranno. Sarà un dopoguerra vero è proprio, ma questa volta senza macerie esterne. Ci saranno solo tante macerie, ma interne. Che forse, sono le peggiori da rimuovere. Tanta paura non passa in fretta! Questo è sicuro, ma vedo in tanti la voglia di stare comunque insieme, di riunirsi come non si faceva oramai più. Perché in questo momento di isolamento forzato, ci rendiamo conto delle nostre fragilità e insicurezze. Ma diciamoci la verità. Al di à dell’aggregazione o meno inciderà molto la situazione economica, in primis sulle spese delle famiglie e di conseguenza su tutto ciò che compete il nostro settore. Sia chiaro. Le mie sono solo supposizioni, riflessioni di una giornata di fine Marzo a quasi un mese dalla chiusura totale di un paese immobilizzato da un nemico invisibile, ma spietato. Nell’incertezza di questo momento penso e credo che pizzerie e trattorie saranno quelle che si riprenderanno prima, con le dovute precauzioni e messe in opera di misure al fine di far star tranquilli i propri clienti. Il “Fine Dining”, si sa, lavora per convenzione su ritmi molto ridotti, di conseguenza, quelli bravi si salveranno, per tutti gli altri “ognuno per se e Dio per tutti”(in poche parole su una nave che affonda c’è poco spazio per la galanteria, e l’immagine romantica di uomini valorosi che cedono il posto a donne e bambini sulle scialuppe di salvataggio, mentre la nave scompare negli abissi marini, è buona solo per colossal hollywoodiani). Il dato fondamentale è psicologico ma anche sanitario. Ad oggi, ancora si sa pochissimo per colpa delle troppe comunicazioni (spesso sbagliate) ed è comunque, a mio parere, il “Fine Dining”, il settore che rischia un qualcosa in più; nonostante hanno meno problemi di distanze a livello di disposizioni di tavoli e arredamento; quello che mi fa pensare è che anche i clienti medio/alti prenderanno una batosta economica, ergo, quelli che spendevano una volta a settimana per una cena gourmet magari lo faranno una volta al mese…almeno per i primi tempi.È risaputo che questa tipologia di locali ha molte più spese, e c’è bisogno di molti più clienti per reggere. Ovviamente mi auguro non sia cosi’,ma ho una brutta sensazione.Sicuramente ridurremo la nostra frenetica corsa, torneremo agli albori della ristorazione con meno tavoli, meno coperti, meno personale. Credo che nel nostro settore rimarranno in piedi le piccole realtà coi conti in ordine(situazione a dir poco più unica che rara). Il Mercato cambierà per tutti. La domanda sarà completamente diversa. E inizieremo tutti da capo. I giovani hanno meno paura di aggregarsi e sono quelli che si adattano più facilmente ai cambiamenti, a differenza della nostra generazione. Una cosa che mi ha fatto molto riflettere in questi giorni è stata l’esplosione del Delivery. La stragrande maggioranza delle attività nella ristorazione, si è subito messa in opera per affrontare questo nuovo cambiamento. Ma quando tutto questo sarà finito? Già prima del Coronavirus iniziava a serpeggiare questa nuova forma di richiesta sul mercato, ora non illudiamoci che appena tutto questo sarà terminato la gente ritornerà immediatamente nei nostri locali. Nelle medie e grandi città forse sarà una pratica che continuerà ad essere in voga,( un pò per paura, un pò per pigrizia), mentre le rosticcerie, nelle realtà più piccole e più rurali di paese, vinceranno sempre, per storico e per spesa pro capite .In questi giorni, sentendo telefonicamente alcuni miei fornitori e grossisti di alta gamma, mi hanno confermato stanno iniziando ad attrezzarsi per consegnare ai privati a casa.Il cambiamento sta avvenendo più velocemente di quello che pensiamo. Stiamo parlando di GROSSISTI DEL SETTORE: pesce, prodotti da dispensa, mulini, pastai, agricoltori… È saltato il sistema. Ma Amazon insegna! E pensate che Amazon fino ad ora ha operato in una situazione di benessere e di libero mercato… Adesso invece non c’è libertà e c’è un mercato alterato dalla domanda. Anche perché in questo mercato, fino a poco tempo fa, la cosiddetta “Globalizzazione” ha alterato anche gli schemi iniziali e i principi della nostra Ristorazione.Dovevamo insegnare al mondo come mangiare (citazione molto presuntuosa, lo ammetto), dovevamo valorizzare i nostri migliori prodotti enogastronomici e come sfruttarli al massimo, invece in pochi anni ci siamo ritrovati pieni di fast food, kebab e sushi: sia chiaro. Non ho nulla contro di loro, ma inverosimilmente anch’essi hanno contribuito a cambiare le mode e le richieste del mercato, cambiando la domanda, mentre noi non siamo stati in grado di dare una risposta e una offerta adeguata al momento. Credo che ora questo momento di pausa possa dare a noi la possibilità di riflettere a lungo su “ Cosa vogliamo fare da grandi” La domanda sta cambiando ancora e l’offerta si adatterà. Sicuramente le abitudini cambiano, ed ora le persone si stanno abituando sempre di più alle proposte di Delivery. Tutto dipenderà dalla messa a punto di una eventuale terapia risolutiva e/o dalla preparazione di un vaccino. Senza almeno una di queste condizioni, la socialità rimarrà per parecchio tempo pressoché azzerata o circoscritta a numeri esigui. Ma a prescindere da come sarà, credo che in pochi possano reggere chiusure così lunghe.Io credo che chi faticherà di più a riprendere sarà proprio il “Fine Dining”. La gente, quando uscirà da casa, sarà in primo luogo con pochissimo denaro (quando non nulla) da spendere per il superfluo. Ma soprattutto avrà voglia di tornare a mangiare una pizza, un bel piatto fatto bene in un normale ristorante o trattoria, ma senza spendere troppo, anche giusto solo per uscire un pò, e perché no, io aggiungerei anche lo Street Food. Non sento nessuno, nemmeno tra i giornalisti del settore, aver voglia di quel determinato piatto gourmet del famoso chef Pinco Pallino. Sento tutti rimpiangere la carbonara della trattoria, la pizza mangiata davanti ad un bel panorama, una bella birra in compagnia. Sono sicuro che quando tutto questo finirà, la gente avrà voglia di normalità e non vedrà l’ora di uscire e incontrare (con la giusta attenzione) gli amici o i parenti; incontrarli senza la “pressione”( concedetemi il termine) che si ha in troppi locali impostati “Fine Dining”. Ci sarà voglia di più naturalezza, spensieratezza e della condivisione. Quindi propendo nel pensare che l’alta ristorazione sarà quella che dovrà più di tutti reinventarsi, forse con nuove formule/proposte gastronomiche, abbassare i prezzi, puntare sempre di più su materie di prim’ordine che permettano un approccio più easy. Altro dato inquietante e settore in crisi sarà, per questi mesi molto complicato da gestire se non addirittura da sospendere, la Banchettistica. Aziende di Catering che dovranno anch’esse rimodellare i loro sistemi operativi con nuove tipologie di servizi. Questo settore, motore per molte Aziende, sarà messo davvero a dura prova. Temo che ci vorrà parecchio tempo per tornare come prima, tempo che ora molte nostre aziende non ha, soffocate da spese, costi e un mercato completamente nuovo. Occorre cambiare pelle..Perché credo che “tutto questo” non sarà mai veramente finito, e non mi riferisco alla malattia in sé, che verrà debellata, anche se non so a quale prezzo. Penso piuttosto al mondo e al modo in cui eravamo abituati a vivere prima dell’esplosione della crisi sanitaria, che si è subito evoluta in crisi sociale e che è già probabilmente un grande crisi economica. Quel mondo e quel modo non potranno più tornare quelli di prima. Non so quanti e quali e di quale portata saranno i cambiamenti che vorremo apportare o che dovremo patire e fronteggiare, ma troppo invasivo è il “tutto questo” perché non conduca a delle trasformazioni nei nostri modi di agire, di relazionarci, di lavorare. Io avrei tante idee da sviluppare, e mi piacerebbe poter condividere, relazionarmi con voi e discutere di quali potrebbero essere delle buone iniziative per iniziare a darci una scrollata e ripartire in questa nuova epocale sfida. Sono pronto a qualsiasi dibattito con voi, e vi invito a discuterne con me su qualunque piattaforma, che sia Facebook, Mail o telefonica, tanto i miei contatti li avete tutti. Mi pare chiaro che prima se ne esce e minori saranno le ripercussioni, ma nutro seri dubbi sulla velocità di uscita dal tunnel, anche quando incominciassimo a vedere un po’ di luce là in fondo. Temo infatti che il tempo del “distanziamento sociale” più o meno obbligato continuerà, per imposizione o per scelta. Questo farà mutare molte cose nella nostra maniera di vivere, da cittadini e da operatori e da produttori.Prendiamo il caso del commercio elettronico. In moltissimi in questi giorni vi hanno fatto ricorso, e intendo sia lato consumatori, sia lato produttori e fornitori. Se prima l’e-commerce faceva una gran fatica a decollare qui da noi, ora ritengo che sia entrato nelle abitudini di molti, e quando una cosa la trovi comoda non ci rinunci più del tutto. Soprattutto perché, se dovremo mantenere ancora misure di “distanza” interpersonale, l’on line rappresenta una soluzione brillante, in quanto non costringe ad incontrare gente per ogni necessità. Parimenti, dovrebbe diventare di uso comune adottare nuove abitudini, sicuramente noi addetti della ristorazione, dovremo rinnovarci nel modo di accogliere i nostri clienti o servirli a casa. La distanza fisica da mantenere tra i tavoli e i commensali potrebbe doversi confermare ampia per un periodo ancora abbastanza lungo di tempo. Chi ha piccoli locali potrebbe essere in grave difficoltà, chi ne ha di dimensioni maggiori potrebbe essere agevolato nella ripresa, ma rinunciando a molti coperti, riducendo il personale e gli acquisti a fronte di un calo strutturale degli incassi, eventualmente rimpiazzabili, tuttavia, con il rafforzamento dell’attività di consegna a domicilio, col Food Delivery, il che significa avere linee di cucina diversificate e una logistica efficiente. Dovremo diversificare le forme stesse della promozione e comunicazione del settore enologico. Le rassegne con i banchetti dei produttori, uno accanto all’altro e con gli appassionati che si accalcano, diventeranno irrealizzabili anche per mesi dopo l’uscita dall’emergenza. Un altro dato da tenere conto è tutto ciò che riguarderà la formazione stessa, le attività di seminari, o le masterclass. Per parecchio tempo saranno obbligate alla didattica in remoto, ma i corsi di degustazione? Se tutto questo dovrebbe dimostrarsi alla fine pratico e comodo siamo poi sicuri che non potrebbe diventare strutturale e abitudinario? Perché in questi giorni abbiamo imparato forzatamente che si può fare lo Smart Working causando un drastico calo di inquinamento e di afflusso nei mezzi pubblici, o la didattica a distanza da adottare durante le allerta meteo, senza bisogno di sospendere le attività. Pensavamo che tutto per noi fosse ancora possibile, il che presumeva che i flagelli fossero impossibili. Continuavamo a fare affari, programmare viaggi e corse frenetiche al consumismo di massa.Mai avremo potuto pensare alla peste come detrattore per il futuro. Sulle prime hanno proclamato “cancelliamo i voli”. Poi hanno chiuso i bar, i teatri, gli asili, le scuole, le università. L’umanità ha lentamente spento i propri lampioni l’uno dopo l’altrO. Quando l’emergenza sarà finita ci sarà chi, per la prima volta si interrogherà sulle scelte fatte, sulle rinunce, sui compromessi. Sugli amori che non ha osato amare. Sulla vita che non ha osato vivere. Uomini e donne si chiederanno perché sprecano l’esistenza in relazioni che provocano loro amarezza.Ci sarà forse chi, osservando gli effetti distorti della società del benessere, si sentirà nauseato e fulminato dalla banale, ingenua consapevolezza abbiamo perso tempo e opportunità. Che è terribile che in un mondo a detta nostra civilizzato.E forse anche i mass media, presenti in modo quasi totale nelle nostre vite e nella nostra epoca, si chiederanno con onestà quale ruolo abbiano giocato nel suscitare il generale senso di disgusto che provavamo prima dell’epidemia. Chissà magari ne uscire più consapevoli della nostra vera identità di essere umano. Adesso, presi dal sentimento, dall’ansia , e dalla vivida sensazione di ciò che percepiamo dalle immagini trasmesse o peggio ancora da momenti tragici vissuti sulla nostra pelle, ci siamo scoperti vulnerabili, fragili, esposti al virus e alla ruota della fortuna che il virus stesso fa girare. Per cui avvertiamo il bisogno di riflettere, di comunicare, di fare gruppo, anche virtualmente, rimanendo in casa e affacciandosi alla finestra o sul balcone. Sentiamo il bisogno di riscoprire affetti a lungo sopiti o di rinsaldare amicizie poco frequentate, in previsione di un futuro incerto e minaccioso. E sentiamo il bisogno di esprimere la nostra vicinanza a tutti coloro che operano a vario titolo per proteggerci da questo terribile aggressore. I ringraziamenti verso il personale sanitario si sprecano. Medici, infermieri, soccorritori non hanno mai ricevuto tanti ringraziamenti come in questo periodo. Elogiamo il sistema sanitario nazionale senza offendere o peggio senza denigrare o aggredire il medico al pronto soccorso perché abbiamo aspettato più tempo di quello da noi prefissato. Siamo gli stessi che, fino ad un mese fa, minacciavamo di denuncia gli operatori sanitari, specie quelli impegnati in prima linea nei 118 e nei Pronto Soccorso o nelle Terapie Intensive, ogniqualvolta le cose non andassero per il verso giusto, senza mai valutare a fondo se ci fossero reali responsabilità di qualcuno. Gli stessi pronti a reclamare per le lunghe liste di attesa e ad imputarne la colpa agli operatori stessi, senza chiedersi se il problema non fosse per caso a monte. Non ci viene da pensare che se sono eroi ora, forse erano eroi anche prima? Ogni anno vengono intentate 35 mila nuove azioni legali contro i medici ; ad oggi ne sono attive 300 mila. Attenzione non sto dicendo che in tutto questo abbiamo sbagliato. Chi mi conosce sa che vengo da una lunga e affannosa peripezia in ambito medico per un mio stretto famigliare, ma ogni tanto ci facciamo prendere la mano dalla foga. Siamo gli stessi che parcheggiano in doppia o terza fila fregandosene se creano intoppi, poi una volta montati in auto, inveiamo contro il traffico ed il sistema di viabilità. Ci comportiamo a volte come i nostri politici che prima, per interessi personali o di partito o di bilanci sballati, tagliano posti letto e posti di lavoro nella struttura sanitaria dichiarando come cosa superflua, poi ad oggi tutti ad elogiare il loro sforzo inumano.I medici dovevamo imparare a tutelarli e a salvaguardarli prima del Covid-19. Dovevamo chiamarli eroi prima che il Virus entrasse nelle nostre vite, poiché anche prima loro combattevano come instancabili guerrieri, con l’unica e tragica differenza che oggi anche loro periscono sotto i colpi di questa pandemia. È del tutto irrilevante il fatto che dopo quanto era accaduto in Cina ci siamo fatti trovare impreparati e abbiamo scoperto troppo tardi di non disporre di un numero sufficiente di mascherine con determinate caratteristiche di sicurezza e in generale dei dispositivi di protezione individuale, facendo correre gravi rischi ai medici e agli infermieri? E addirittura è possibile che solo ora ci siamo resi conto di dipendere dall’estero per tali presidi e forniture? Ma perché tutti non riscopriamo un certo senso del pudore e non ammettiamo una sana vergogna per i comportamenti adottati prima dell’insorgenza dell’epidemia di coronavirus? E viene da chiedersi se poi qualcuno pagherà per la miopia dimostrata in questi anni, o tutti la faranno franca come al solito, in nome di un malinteso buonismo? Qualcuno avrà il coraggio di assumersi la responsabilità, anche solo parziale, di quanto è accaduto? La Storia darà le opportune risposte. Sappiamo oramai per certo che il Coronavirus lascerà dietro di sé delle conseguenze economiche molto gravi ed importanti. Alcune le stiamo già vedendo con la chiusura di moltissimi ristoranti, altre invece possiamo solamente stimarle. Tutti i ristoranti che hanno chiuso dovranno continuare a sostenere le spese fisse quali affitto e stipendi e per questo motivo si ritrovano in una situazione molto pericolosa. Non possiamo permetterci che tutto ciò passi perché purtroppo potrebbe volerci molto più del previsto. Basti pensare che in Cina (dove le regole imposte sono state ancora più severe e strette delle nostre) il periodo di quarantena si è prolungato per più di 80 giorni. Quello che invece dovremmo fare è valutare tutte le alternative possibili per correre ai ripari e salvare la nostra attività.Gli esperti del settore dichiarano che questa pandemia non passerà da un giorno all’altro e che nel suo moto ondoso, si porterà dietro strascichi che impatteranno violentemente sulla nostra struttura sociale ed il nostro modo di agire e vivere. Ma ciò non significa affatto che dobbiamo rimanere con le mani in mano! E’ proprio il contrario. Bisogna organizzarsi ed aggirare i problemi offrendo qualche cosa di diverso, riflettendo e strutturando una soluzione in grado di aiutarci nel lungo termine.Abbiamo capito che le persone non possono uscire a mangiare, e anche nel momento in cui potranno farlo la paura continuerà a protrarsi nel tempo e potrà durare 6 mesi- 1 anno. A questo punto dobbiamo pensare di reimpostare la nostra offerta e riflettere ai principi che determinano questo problema del vivere in uno stato di post-pandemia per le imprese che contano su un gran numero di persone che si riuniscono in massa: ristoranti, caffè, bar, discoteche, palestre, hotel, teatri, cinema, gallerie d’arte, centri commerciali, fiere dell’artigianato, musei, musicisti e altri artisti, luoghi sportivi (e squadre sportive), sedi di congressi (e produttori di congressi), compagnie di crociera, compagnie aeree, trasporti pubblici, scuole private, centri diurni. Ci sarà comunque una stagione di adattamento: le palestre cominceranno a vendere attrezzature per esercizio a casa e fare sessioni online, vedremo un’esplosione di nuovi servizi di quella che si può già definire la Shut-in economy. Ci si può consolare con il fatto che le nuove abitudini diminuiranno l’impatto ambientale dei viaggi, favoriranno il ritorno a filiere produttive locali. Ma lo sconvolgimento di molte, molte imprese e mezzi di sussistenza sarà impossibile da gestire. Uno stile di vita da recluso non è sostenibile per periodi così lunghi.A breve termine, probabilmente troveremo compromessi imbarazzanti che ci permetteranno di mantenere una certa parvenza di vita sociale. Sicuramente cinema e teatri diminuiranno i loro post a sedere; i congressi non si faranno per molto tempo, le riunioni verranno fatte in sale molto più grandi e distanziando i posti a sedere. Magari le palestre richiederanno di prenotare in anticipo le vostre sedute in modo da non affollare le sale di allenamento. Sicuramente accadrà anche per la ristorazione… Andremo avanti solo su prenotazioni largamente anticipate. In definitiva, verrà ripristinata la capacità di socializzare in sicurezza, sviluppando modi più sofisticati per identificare chi sia a rischio di malattia e chi no, e discriminando legalmente chi lo è. Si possono vedere i primi segnali nelle misure che alcuni paesi stanno prendendo. Ma si può immaginare un mondo in cui tutte le misure di prevenzioni le accoglieremo in barba alla nostra privacy, pur di tornare ad una parvente normalità. Ci sarebbero requisiti simili all’ingresso di grandi spazi, edifici governativi o snodi di trasporto pubblico. Scanner della temperatura installati ovunque, e il vostro posto di lavoro potrebbe richiedere l’uso di un monitor che misuri la vostra temperatura o altri segni vitali. Dove i locali notturni chiedono una prova dell’età, in futuro potrebbero chiedere una prova di immunità, una carta d’identità o una sorta di verifica digitale tramite il vostro telefono, che dimostri che siete già guariti o che siete stati vaccinati contro gli ultimi ceppi del virus. Ci si adatterà anche a queste misure, così come ci si è adattati ai sempre più severi controlli di sicurezza aeroportuale in seguito agli attacchi terroristici. La sorveglianza invasiva sarà considerata un piccolo prezzo da pagare per la libertà fondamentale di stare con altre persone. Chi spera di tornare presto alla normalità, cioè alla vita che conduceva prima di Febbraio, smetta di sperare. Non si tornerà presto e, con ogni probabilità, non si tornerà proprio. Il Coronavirus, come citava un articolo del New York Times, è qui per rimanere. Questo significa molte cose, che è bene cominciare a interiorizzare fin da adesso. Prima di tutto, che bisogna farsi poche illusioni: il caldo, da alcuni atteso come la pioggia alla fine dei Promessi Sposi, non indebolirà il virus. Non ci sono (ancora) prove che lo faccia e, anzi, tutti gli indizi sembrano invece andare in opposta direzione. Ad oggi la notizia che il continente africano sta per esplodere. Non è detto che prendere il Covid-19 e poi guarirne garantisca di rimanere immuni in seguito. Al contrario, gli altri Coronavirus, come quelli della SARS e della MERS, sviluppano una immunità molto lieve. Solo la quarantena, cioè la riduzione di contatti tra gli individui, permette di diminuire la propagazione del virus. Bloccare il contagio significa, alla lunga, fermare l’epidemia. Ma non significa impedire che ritorni (da altri Paesi, o da zone ristrette in cui si è mantenuto in vita) come accaduto in Cina o per parlare della nostra realtà a Codogno. Bisogna rendersene conto subito. Una volta esaurita la quarantena, ci sarà un rilassamento del distanziamento sociale. E, poiché il virus non sarà stato davvero debellato, prima o poi si ripresenteranno nuovi casi, saliranno i contagi e – di nuovo – i ricoveri supereranno la soglia di sicurezza: a quel punto sarà necessaria un’altra quarantena. Il tutto sarà destinato a ripetersi a ondate. Alternative al momento, purtroppo, non ce ne sono. Aumentare i posti letto in terapia intensiva aiuta, ma non risolve nulla. Inutili sono anche le quarantene mirate, nei confronti di anziani, malati e pazienti a rischio. Finché la popolazione continua a circolare, il virus continuerà a propagarsi. Cambierà tutto, insomma. E bisogna prenderne subito atto. Meno privacy, insomma. Che potrebbe accompagnarsi a una maggiore libertà di azione e controllo da parte delle forze di polizia. Non solo: nel nuovo mondo post-coronavirus i poveri e gli emarginati continueranno a esistere. Con ogni probabilità, vista la prevedibile scomparsa di numerosi lavori precari, aumenteranno pure. Il mondo è cambiato molte volte, e sta cambiando di nuovo. Tutti noi dovremo adattarci a un nuovo modo di vivere, di lavorare e di creare relazioni. Ma come per tutti i cambiamenti, ci saranno alcuni che ci perderanno più degli altri, e saranno quelli che hanno già perso troppo. Il meglio che possiamo sperare, è che la profondità di questa crisi costringa finalmente i Paesi e gli Stati Uniti in particolare, a porre rimedio alle palesi ingiustizie sociali che rendono così intensamente vulnerabili ampie fasce della loro popolazione.
portiamo più Umanità sulle nostre tavole
…sono le nostre scelte quotidiane a fare la differenza…
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